L'antica Roma, nelle migliaia di episodi che ha tramandato non solo alla Grande Storia ma alla leggenda, ha raccontato una vicenda del tutto anomala e sfuggente. Era una vicenda strampalata e singolare, quella che racconta un dialogo stravagante tra un padre e un figlio, un Imperatore amato dal popolo e il suo futuro erede al trono. I due personaggi non potevano essere più diversi, l'Imperatore regnante era un ex generale dell'Esercito di nome Vespasiano, che proveniva dalla Provincia e non dalla Capitale, che non viveva nel lusso sfrenato, non disponeva di una eloquenza e di una capacità oratoria memorabile ma pur nella propria austerità aveva un discreto senso dell'umorismo e anche della "auto ironia" e ahimè era "di destra", quella destra rigida e antica che aveva come obiettivo principale il pareggio di bilancio statale e la serietà nella gestione delle vicende pubbliche. Il figlio era "un progressista liberale" di nome Tito, di ampie visioni e idee molto meno ristrette di quelle "rigidamente conservatrici" del padre, che detestava l'austerità delle politiche economiche "lacrime e sangue" adottate da Vespasiano; era il classico contrasto politico tra un padre "rigidamente di destra, centralista e accentratore, conservatore e statalista" e un figlio "progressista, liberale in economia e di sinistra".
Quando era salito al trono, Vespasiano ci era arrivato con l'Esercito per stroncare l'assurdo regno di uno degli Imperatori più spreconi e dissoluti della storia di Roma, l'Imperatore Vitellio che aveva sprecato e sperperato una marea di denaro pubblico in pranzi lussuosi, feste e orge di ogni genere, e che passava gran parte del proprio tempo non a governare l'Impero ma a divertirsi e a gettare soldi dalla finestra; l'unica consolazione per Roma fu proprio che il regno di Vitellio era durato solamente otto mesi, che però erano stati più che sufficienti per portare definitivamente alla rovina e al collasso le casse pubbliche, ormai vicine alla bancarotta fraudolenta. Ovviamente Vespasiano fece ciò che gli imponeva la propria indole e la propria mentalità: per evitare il crollo finanziario dell'Impero il suo primo obiettivo fu quello di dare vita a una marea di risparmi di spesa (e a differenza dei politicanti italiani di oggi, iniziò lui stesso in prima persona a risparmiare denaro pubblico, tagliando il proprio stipendio perchè "chi deve chiedere sacrifici ai suoi cittadini deve dare per primo l'esempio"), poi scatenò la polizia tributaria a caccia di evasori fiscali e corrotti e per fare ciò non esitò a nominare i funzionari più severi di cui disponeva la burocrazia imperiale, e alla fine (siccome tutto ciò non era stato sufficiente per riportare il bilancio in pareggio) iniziò a rastrellare soldi aumentando le tasse. La tassa più famosa e famigerata di Vespasiano fu quella sui bagni pubblici: rese obbligatorio il loro utilizzo, stabilendo una tariffa di un sesterzio a carico dell'utilizzatore e una multa di un sesterzio a carico di coloro che non utilizzavano i bagni pubblici per il soddisfacimento dei propri bisogni naturali, e in tal modo il popolo era fregato, perchè doveva scegliere tra pagare "la tassa" oppure "la sanzione". Il figlio Tito si era scandalizzato per questo provvedimento e andò dal padre a protestare vivamente, chiedendo che fosse eliminata questa assurda tassa sui "vespasiani"; nella sua capacità oratoria egli utilizzava argomenti liberali ineccepibili dal punto di vista teorico. Ahimè il padre era alquanto "pratico" e insofferente di fronte a tali argomentazioni, quindi dopo avere dato ancora una volta l'esempio in prima persona davanti al figlio (egli entrò in un bagno pubblico, pagando al custode dello stesso la tariffa di un sesterzio per l'utilizzo del servizio) si fece dare il sesterzio e lo consegnò nelle mani del figlio, chiedendo "per caso questa moneta puzza?" e avendo ricevuto come risposta il silenzio, egli formulò la celebre frase destinata a passare alla storia e anche alla leggenda "pecunia non olet" (il denaro non puzza mai).
Era quel dialogo tra padre e figlio una lezione di austerità e di vita che nella quale il padre, certamente meno dotato in materia culturale e privo delle grandi visioni e intuizioni di cui il figlio era capace, voleva insegnare che davanti a un problema finanziario drammatico (il bilancio pubblico al collasso e il rischio di bancarotta della finanza statale dopo "gli sprechi indecorosi e la finanza allegra" del suo sciagurato predecessore), erano necessari provvedimenti urgenti e drastici, anche se impopolari. Oggi tale proverbio potrebbe essere sintetizzato dalla frase "vale di più la mia pratica della tua grammatica", oppure dalla formuletta "#FATTI E NON PAROLE"; in fondo questa magica frasetta che ha imperversato a lungo sui social network locali risale proprio a quei tempi austeri, quelli di un grande Imperatore come Vespasiano capace addirittura, nel momento in cui era nel letto di morte vittima della malattia improvvisa che lo stava portando alla fine dei propri giorni, fu capace prima di alzarsi in piedi perchè "un Imperatore deve sempre cadere e morire in piedi" e poi di umiliare tromboni e piaggiatori che erano davanti al suo letto pronti a divinizzarlo (in quella Roma in cui per opportunismo tutti "baciavano la mano" al potente di turno, era tradizione divinizzare l'Imperatore quando egli passava a miglior vita e prendeva definitivamente congedo) ironizzava dicendo "pare che sto per diventare una divinità". Vespasiano era "uomo dei fatti" (e di poche parole), "uomo di sostanza e non uomo di rappresentanza"; ed è forse per questo che il Gufo, pur ammirando moltissimo quel grande ed eccezionale Imperatore proprio per la dote meno conosciuta al grande pubblico degli studiosi della Storia di Roma (oltre che austero e serio, Vespasiano era dotato anche della capacità di essere auto ironico e di stroncare sul nascere trombonate e atteggiamenti troppo servili nei suoi confronti), ha sempre avuto in gran simpatia "il parolaio" Nerone, artista e scrittore, suonatore di cetra e attore, cocchiere e teatrante, capace di farsi amare dal popolo perchè anche duemila anni fa come oggi, "la folla è femmina" ed è pronta ad applaudire colui che sale sul palcoscenico e con monologhi e soliloqui interminabili recita il proprio show in modo strampalato
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