Ci si era incamminati lungo una via oscura, nel bosco pieno di alberi rigogliosi e ricchi di fogliame, talmente "verdi" e intensi da soffocare il Cielo, da non permetterci di vedere la luce. Dovevamo accompagnare fuori dalla foresta l'animale che disturbava la quiete pubblica dei suoi ospiti, così intenti nei loro piccoli traffici da non avere tempo (e spazio) per distinguere tra quella che era "vivacità" e quella che degenerava in vera e propria "irrequietezza", disturbatrice della vita comunitaria degli ospiti della foresta. Era piccolo di statura quell'animale, aveva una pelliccia di colore oscuro ma la sua criniera sembrava fulva e scapigliata, disordinata e creativa; faceva rumore quasi per attirare l'attenzione, ma distoglieva la famiglia in cammino dal suo compito di seguire fedelmente "il pesce pilota". Ogni tentativo di richiamare all'ordine quel vivacissimo disturbatore si era infranto contro il muro (esasperante) di quella esuberanza così simile alla turbolenza se non addirittura al vero e proprio turpiloquio; ben presto fu chiaro che non esisteva altra soluzione, se si voleva preservare la quiete della vita comunitaria, che costituire un piccolo gruppo di "accompagnatori" in grado di trascinare fuori dalla pacifica foresta colui che aveva gettato nel panico il mondo sereno e incontaminato che viveva in mezzo agli alberi verdi di quella fertile terra incantata. Fuori dalla foresta c'è solo l'esilio, ma dobbiamo allontanare il ribelle cacciandolo via a bastonate, se vogliamo tornare alla vita (quieta) per scoprire che senza quel turbolento ospite non c'è più Vita, ma solo profonda e tristissima noia...
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