venerdì 1 luglio 2016

"CHI BEN INIZIA E' A META' DELL'OPERA" MA LA RAGGI A ROMA NON HA ANCORA INIZIATO: DOPO DUE SETTIMANE, LA GIUNTA E' ANCORA "IN ALTO MARE"

Un proverbio famoso dice che  "chi ben inizia è a metà dell'opera"  ma a Roma sarebbe importante iniziare a fare qualcosa!!!   La notizia  (clamorosa)  che inizia a girare anche sui quotidiani esteri,  facendo precipitare sempre più nel ridicolo l'immagine già devastante della nostra bellissima capitale,  è una  "non notizia":   mentre nelle città del Nord dove si è votato  (Bologna,  Milano,  Torino)  è già stata nominata la Giunta Comunale e presto sarà presentata formalmente al Consiglio Comunale,   seguendo la noiosissima tradizione di concretezza operativa delle città del Nord,  a Roma si passa da un fanfarone all'altro e della Giunta non esiste traccia,  dopo due settimane di inconcludenti trattative.   In teoria nominare la Giunta dovrebbe essere la missione più facile del mondo:  ha vinto un solo partito  (il M5S)  e non una coalizione di partiti rissosi e litigiosi;  ha vinto il partito che da mesi era largamente favorito dai pronostici e dai sondaggi e che  "sparava a zero"  sugli altri accusandoli  (giustamente)  di inefficienza e di aver portato la Capitale al collasso finanziario e alla bancarotta morale;   il partito vincitore ha vinto con largo margine di vantaggio ottenendo uno straordinario consenso elettorale dai cittadini romani;   infine,  la grave situazione in cui versa la Capitale dovrebbe indurre la Raggi a chiudere rapidamente la vicenda della nomina della Giunta,  in modo da entrare nella pienezza dei poteri e da iniziare a gestire immediatamente almeno l'ordinaria amministrazione,  prima di mettere mano alle emergenze.   Sono trascorse due settimane,  la festa è finita e la Giunta non è ancora completa,  si registra peraltro  (come nella peggior tradizione della peggiore Democrazia Cristiana della Prima Repubblica)  una  "rissa interna"  per le poltrone,  tra il gruppo vincente dominato da Di Battista e dalla sindaca Raggi e il  "gruppo di oppositori interni"  guidati da Roberta Lombardi e da Paola Taverna  (sostenute da quel Marcello De Vito che sognava di essere lui il candidato sindaco):   ognuno dei  "big"  del M5S,  in barba agli slogan elettorali,  vorrebbe piazzare qualche  "fedelissimo"  nelle poltrone che contano,  e come al solito  -  accade nei paeselli di medie dimensioni,  figuriamoci a Roma  -  la poltrona più ambita sulla quale si scatenano le risse politiche è quella dell'Urbanistica.

Nulla di nuovo accade:  questa scena della  "lotta intestina per le poltrone"  avrebbe potuto accadere tranquillamente in una Giunta di destra,  di sinistra,  in una lista civica,  e accade anche nel M5S,   perchè anche loro  (nonostante i proclami di superiorità morale,  di trasparenza e di onestà)  sono uomini e donne normali e come quasi tutti gli uomini e donne normali cadono in tentazione e si innamorano del potere,  della visibilità pubblica.   Sono passate due settimane  (inconcludenti)  e la rivoluzione,  almeno per ora,  può attendere,  il popolo deve  "portare pazienza"  e il Gufo deve rimandare a tempi migliori il proclama che anche a Roma  "il vento è cambiato".    Criticare,  quando si è all'opposizione,  è facilissimo  e  nei giorni gloriosi e ruggenti dei  "Vaffa day"  e delle sparate terrificanti dal blog gli avversari  (di destra,  leghisti e di sinistra)  erano sempre definiti come bancarottieri,  ladroni,  incapaci;  poi un bel giorno la ruota della vita gira  (velocemente),   il giochino dell'oppositore finisce e ti ritrovi sulla  "poltrona"  a dover rendere conto delle promesse e delle aspettative che avevi seminato a piene mani,  e che diventano  "boomerang"  nel momento in cui ci si accorge,  spesso quando è troppo tardi,  si scopre  (orrore!!!)  che la politica richiede spesso mediazione,  compromessi con i famigerati  "poteri forti"  e contro quelli che in campagna elettorale erano stati definiti come  "un regime",  che molte di quelle promesse non erano niente altro che sparate demagogiche per conquistare consensi elettorali.    Il Gufo non ha mai creduto al M5S:  da antico e diffidente conservatore con idee rigidissime,  retrograde e una tecnologia decrepita,  preferisce liste locali  "più quiete"  e tradizionaliste,   qualche  "salottino da thè"  (la definizione stessa di  "salottino"  fa capire la preferenza del Gufo per una soluzione tranquilla piuttosto che per una rivoluzione popolare)  e  soprattutto la preferenza per quelli che,  come Winston Churchill nel 1940  e  come Indro Montanelli quando era direttore del  "Giornale",   non sono allegri e chiassosi venditori di promesse,   sono spesso severi e molto rigidi e non promettono niente altro al loro popolo che  "lacrime,  sudore,  fatica e sangue"  


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