martedì 17 ottobre 2017

LA MARCIA SU ROMA DEL 28 OTTOBRE 1922 FU UNA FARSA, IL PROBLEMA E' CHE A VOLTE LE FARSE SI TRASFORMANO IN TRAGEDIE

Dal punto di vista militare e organizzativo,   la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 fu una vera e propria farsa che in condizioni normali avrebbe rappresentato la fine definitiva della carriera politica di Benito Mussolini.   L'organizzatore  ''militare''  era quel generale De Bono che era un incapace,   una  ''scartina''  rispetto ai generali di cui disponeva l'esercito nazionale che erano anche senatori,  vecchie glorie come Armando Diaz oppure come il mareschiallo Thaon de Revel.    I reparti di marciatori erano improvvisati,  male equipaggiati  e  male organizzati  e  avrebbero potuto resistere poche ore di fronte a una decisa reazione dell'Esercito nazionale determinata dalla eventuale proclamazione dello  ''stato di assedio e di emergenza''  firmato dal Re che avrebbe consentito al Governo di assumere i pieni poteri in materia di Sicurezza  e  di difesa del territorio di Roma capitale d'Italia.   Quella baggianata non rappresentava il minimo pericolo militare

Il problema vero era il marciume e la decrepitezza dei Palazzi del Potere romani.    Nessuno dei Palazzi era immune da tradimenti,   pugnalate alle spalle,   manfrine penose  e  lotte per il potere tra partiti  e  tra vecchi e logori politicanti ormai sulla scena politica da decenni dei quali il popolo e anche lo stesso Re non ne potevano più.    I due protagonisti romani della scena erano assai subdoli e perversi  e  si comportarono come i peggiori politicanti della Prima Repubblica,   ossia tradivano la parola data pochi minuti dopo avere preso un impegno solenne.    Il Re faceva il doppio gioco,   a  parole sosteneva  e  addirittura incitava il Governo a predisporre rapidamente il decreto per lo stato d'assedio  e  per la proclamazione dell'emergenza perchè piuttosto che vedere i fascisti marciare su Roma se ne sarebbe andato in campagna con la sua famiglia a ritirarsi a vita privata,   questo era quell o che dichiarava in pubblico.    In privato emergeva la  ''seconda faccia''  del Re e della Famiglia Reale stessa,   la lotta intestina per il potere tra Vittorio Emanuele  e  il Duca di Aosta che tentava di usurpare il trono  e  che non nascondeva aperte simpatie fasciste,   e  se è vero che il Re inizialmente non aveva una grande simpatia politica per Mussolini,   ancora meno ne aveva per quelli che considerava dei veri e propri  ''politicanti''  dei quali si voleva sbarazzare perchè non ne poteva più,    quindi segretamente subiva il fascino per  ''l'uomo nuovo''.

Il presidente del Consiglio Luigi Facta era uomo ancora più fasullo del Re.    In teoria lo avevano scelto i vari Giolitti  e  Salandra perchè era un uomo debole,   un politico esitante e privo di personalità,    facilmente manovrabile  ''dietro le quinte'',    era il classico  ''coperchio che va bene per tutte le pentole''.     Una volta salito al potere,   Facta rivelava il proprio vero volto,   quello di uomo della destra  ''legge e ordine''  rigidamente conservatrice che voleva mantenere tutti i privilegi della Casta romana.    Burocrate statale privo di fantasia,   quando la marcia su Roma fu organizzata aveva in mente la stessa reazione che ha in mente l'altro uomo di destra Mariano Rajoy in Spagna nella vicenda del referendum catalano,   ossia la proclamazione dello stato di emergenza  e  l'uso della forza per reprimere i rivoltosi.    Fu sufficiente per lui che il Re,   aizzato dai grandi generali dell'Esercito  e  del Senato che prepararono un piano di difesa della capitale che dimostrava dal punto di vista tecnico e militare che non sarebbe stato difficile respingere l'assalto dei fascisti  e  addirittura arrestare i capi dei rivoltosi se fosse stato giudicato necessario,    gli chiedesse di predisporre il decreto per la proclamazione dello stato di assedio  e  della emergenza nazionale che il burocrate Luigi Facta eseguì immediatamente questa disposizione,   predisponendo il testo del decreto in poche ore  e  recandosi davanti al Re per una firma che tutti nella Corte  e  nel Palazzo Reale consideravano ormai scontata e inevitabile.    Invece quel giorno avvenne il colpo di scena,   in poche ore il Re aveva improvvisamente cambiato idea  e  disse  ''dopo lo stato di assedio non c'è altro che la guerra civile'',   in pratica invitava Luigi Facta a ritirare il decreto ma non si era fermato a questo  ''suggerimento'',    perchè tradendo la Costituzione si era permesso di dire a Facta  ''adesso è necessario che uno di noi due si sacrifichi''.     In pratica il Re non si limitava a rifiutare di apporre la firma a un decreto con motivazioni costituzionali come sarebbe stato il suo compito,   ma dilagava  e  travolgeva la Costituzione vigente perchè di fatto metteva sotto pressione il presidente del Consiglio intimandogli di dimettersi malgrado fosse in carica perchè godeva della fiducia del Parlamento,   e  al burocrate  ''legge e ordine''  anche se privo di fantasia non rimase altro che rispondere  ''Vostra Maestà non ha bisogno di dire chi di noi due si deve sacrificare''  e  dopo questa frase rassegnò le dimissioni dall'incarico.

Dal punto di vista militare la Marcia su Roma era una farsa di rara sciatteria  e  organizzata in modo penoso,   ma l'enormità politica del misfatto fu che il Re garante della Costituzione nel giro di poche ore aveva travolto per due volte in modo pesantissimo il contenuto della Costituzione stessa,   prima quando di fatto  ''suggeriva''  al presidente del Consiglio di predisporre un decreto legge di massima urgenza per la proclamazione dello stato di assedio  e  poche ore più tardi quando,   dopo essersi clamorosamente rimangiato la parola data,   non solo rifiutava di firmare il decreto  ma  addirittura  ''consigliava''  al presidente del Consiglio in carica di trarne immediatamente le conseguenze politiche rassegnando le dimissioni nelle sue mani,   probabilmente perchè il Re aveva già individuato il sostituto di Facta che era proprio Benito Mussolini.    L'arbitro non era più imparziale,   era sceso in campo in prima persona  e  aveva decretato la vittoria del giocatore più scorretto,   quello che voleva prendere il potere con la forza di una marcia militare,    perchè riteneva che in futuro e sulla base delle proprie convenienze politiche del momento avrebbe potuto  ''scaricare''  anche Benito Mussolini con la stessa facilità con cui si era liberato di Luigi Facta liquidandolo in poche ore.    Non era stato Benito Mussolini e nemmeno il Fascismo da solo a sovvertire la democrazia con l'uso della forza e con la violenza,   ma era stata la stessa  ''democrazia malata''  dell'infausto triennio dal 1919 fino al 1922  a  suicidarsi  e  a preparare il terreno della propria disfatta politica con questi continui voltafaccia  e  tradimenti come quelli che si consumarono nelle  ''ore delle pugnalate alle spalle e delle rese dei conti''  che erano costate la poltrona  e  la reputazione all'autoritario Luigi Facta,    fregato e tradito da quel Re  che  a sua volta pochi anni più tardi si farà lungamente fregare da Benito Mussolini    

    

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