Il tenente nazista Hans Altfuldisch, secondo comandante (quindi vice comandante) del Reparto di Custodia che erano le guardie delle garitte del famigerato lager nazista di Mauthausen, non era affatto migliore e nemmeno peggiore dei suoi "compagni di reparto" e di tutti gli ufficiali e sotto ufficiali nazisti che avevano reso il lager di Mauthausen come uno dei più feroci, forse il peggiore in assoluto della Germania nazista, un vero e proprio "inferno sulla terra" per gli sfortunati detenuti che avevano dovuto vivere in quel luogo. Nel libro "La parola agli aguzzini" scritto da Vincenzo e da Luigi Pappalettera (Vincenzo fu ex detenuto in quel lager e fu tra i pochi che riuscirono a sopravvivere fino alla fine, diventando testimone oculare in grado di raccontare quei fatti), descrive la vicenda dell'aguzzino Hans Altfuldisch e degli altri tre ufficiali responsabili del Reparto di Custodia (il capo reparto comandante Georg Bachmayer e i due sottoposti diretti di Hans Altfuldisch, il tenente delle guardie Anton Streitwieser e il più spietato di tutti, l'aguzzino bavarese Andreas Trum) limitandosi a riportare la sua confessione resa presso il Tribunale di Dachau che lo processò, lo condannò a morte ed eseguì la sentenza capitale.
Era innanzitutto quella di Hans Altfuldisch una piena confessione: egli innanzitutto elencò con precisione l'ordine gerarchico della "catena di comando" del lager, fornendo informazioni precise su ruoli e responsabilità delle singole persone, e fu uno dei pochi che ebbe il coraggio di ammettere che in quel luogo infame erano "tutti colpevoli". Niente distinzioni e formalismi inutili, diceva infatti "tutti i capi impartivano ordini a tutti i gregari, e questi ultimi li eseguivano", confermando pienamente che vi era un disegno comune finalizzato a uccidere il maggior numero di detenuti possibili; e rese piena confessione nel modo più netto e inequivocabile quando diceva "non ha alcun senso attribuire la responsabilità di certi maltrattamenti a qualsiasi mio subalterno, non si può addossare a un singolo ufficiale oppure a un gregario la responsabilità delle condizioni disumane di vita esistenti a Mauthausen, perchè tutti quelli che prestarono servizio nel lager collaborarono a crearle e a mantenerle". Poi diceva che "il lager di Mauthausen era di terza categoria, questo significava che i detenuti dovevano vivere e lavorare nelle peggiori condizioni possibili, le possibilità di sopravvivere erano ridottissime". La frase finale riassume il senso della sua vicenda di aguzzino, quando dice "sono molto addolorato di essere stato nel lager di Mauthausen" e concluse affermando che "lo scopo di quelli che avevano il comando era quello di uccidere più detenuti possibili, e se io ed altri 'piccoli uomini' non avessimo collaborato con loro, saremmo diventati a nostra volta detenuti del lager e probabilmente saremmo stati uccisi".
Emerge, nella fase finale della vicenda della vita scellerata di Hans Altfuldisch, il pentimento, il dolore, la piena confessione resa ai magistrati e l'ammissione delle proprie colpe. Si accende la luce della Vita nella mente di Hans Altfuldisch, l'ex aguzzino si trasforma e fiorisce diventando finalmente un uomo; il fanatismo degli anni nei quali era spietato e freddo esecutore di ordini criminali viene finalmente a meno e guidato nel suo nuovo percorso dal cappellano del carcere nel quale era rinchiuso (il cappellano ammetterà dopo l'esecuzione che il detenuto "provava un sincero pentimento" per quello che aveva fatto), che gli fa ascoltare una parola diversa dagli ordini insensibili dei gerarchi nazisti più brutali, Hans Altfuldisch non getta a mare la propria Vita ma ha la forza di scrivere un finale diverso da quello che era stato preparato per lui. Il finale della sua storia è una confessione scritta e firmata, una testimonianza storica ed umana che aiuta a mettere alla luce responsabilità di gravi crimini, una chiamata in correità che consente di individuare e condannare criminali molto peggiori di lui. Si fa spazio probabilmente una richiesta (tardiva) di perdono e di comprensione, la voglia di uscire di scena in un modo dignitoso; la storia di Hans Altfuldisch merita di essere raccontata perchè è la storia di un uomo e di un criminale nazista che, a differenza degli altri che giustificavano tutto con l'obbligo di obbedire agli ordini oppure negando spudoratamente di avere commesso dei crimini, ha voluto vivere un finale diverso della propria vicenda e ha avuto il coraggio di dire, facendo mettere questa sua frase a verbale, "sono molto addolorato di essere stato nel lager di Mauthausen"
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