"Una miriade di tragedie e di orrori, e una tragedia collettiva, quella dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati, quella dunque di un intero popolo. A voi che siete figli di quella terra e di quella dura storia, voglio ancora dire, a nome di tutta la nazione, una parola di affettuosa vicinanza e di solidarietà. Da un certo numero di anni a questa parte si sono intensificate le ricerche e le riflessioni degli storici sulle vicende a cui è dedicato il Giorno del Ricordo: e si deve farne certamente tesoro per diffondere una memoria che ha già rischiato di essere cancellata, per trasmetterla alle generazioni più giovani, nello spirito della stessa legge del 2004".
"Già nello scatenarsi della prima ondata di violenza in quelle terre nell'autunno 1943 si intrecciarono giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di Pace del 1947 e che assunse i contorni sinistri di una pulizia etnica. Quello che si può dire di certo è che si consumò, nel modo più evidente con la disumana ferocia delle Foibe, una delle barbarie del secolo scorso, perchè nel Novecento (l'ho ricordato proprio qui in un'altra storica e pesante ricorrenza, il Giorno della Shoah) si intrecciarono in Europa cultura e barbarie, e non bisogna mai smarrire la consapevolezza di tutto ciò nel valorizzare i tratti più nobili della nostra tradizione storica, e nel consolidare i lineamenti di civiltà, di pace e di libertà, di tolleranza e di solidarietà della nuova Europa che stiamo da cinquanta anni costruendo. E' una Europa nata dal rifiuto dei nazionalismi aggressivi e oppressivi, da quello espressosi nella guerra fascista a quello espressosi nell'ondata di terrore jugoslavo in Venezia Giulia, un'Europa che esclude ovviamente anche ogni revanscismo"....
"Va ricordato l'imperdonabile orrore contro l'Umanità delle Foibe, ma egualmente l'odissea dell'esodo, e del dolore e della fatica che costò a fiumani, istriani e dalmati ricostruirsi una vita nell'Italia tornata libera e indipendente ma umiliata e mutilata nella sua regione orientale. E va ricordata, torno alle parole del professor Barbi, la 'congiura del silenzio', la fase meno drammatica ma ancora più amara e demoralizzante dell'oblio".
"Anche di quella non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell'avere negato, oppure teso a ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e per cecità politica, e nell'averla rimossa per calcoli diplomatici e per convenienze internazionali. Oggi che in Italia abbiamo posto fine a un non giustificabile silenzio, e che siamo impegnati in Europa a riconoscere nella Slovenia un amichevole partner e nella Croazia un nuovo candidato all'ingresso nell'Unione Europea, dobbiamo tuttavia ripetere con forza che dovunque, in seno al popolo italiano come nei rapporti tra i popoli, parte della riconciliazione, che fermamente vogliamo, è la verità".
Questo discorso il Gufo lo riporta perchè nonostante sono trascorsi undici anni quelle parole sono ancora fresche e attuali, non hanno perduto una sola virgola del loro significato storico e morale. Fu il discorso di un presidente della Repubblica italiana, l'ex comunista Giorgio Napolitano, pronunciate in data 10 febbraio 2007 in occasione della prima celebrazione della "Giornata del Ricordo" del suo primo mandato presidenziale al Quirinale. Queste parole coraggiose suscitarono la viva indignazione del presidente della Croazia Stipe Mesic (che arrivò ad accusare Napolitano di "razzismo, revanscismo politico e revisionismo storico") ma furono testimonianza storica inattaccabile in quanto pronunciate da un uomo che, per età anagrafica ed esperienza politica, conosceva benissimo l'argomento del quale stava parlando in un discorso pubblico. Sono le parole che coniugano le tre esigenze fondamentali della tragedia delle Foibe: l'esigenza di ammettere senza più reticenza che furono un crimine obbrobrioso contro l'Umanità commesso ai danni di cittadini istriani, fiumani e dalmati; l'esigenza di riconoscere che ci furono anni di colpevoli silenzi e reticenze per puri calcoli politici e per convenienze internazionali; infine l'esigenza di riconoscere che la soluzione era quella di accogliere nell'Unione Europea come partner nazioni come la Croazia e la Slovenia, discendenti dirette della ex Jugoslavia dalla quale la nazione italiana fu divisa profondamente per anni da lunghi contenziosi internazionali sui "territori di confine" (regolati definitivamente dal Trattato di Osimo firmato il 10 novembre 1975) e dalla vicenda tragica degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Un presidente della Repubblica italiana per la prima volta pronunciava parole nette e inequivocabili sulla tragedia delle Foibe, raccoglieva consensi in entrambi gli schieramenti politici, e poneva fine agli anni lunghissimi di silenzi e di reticenze su quella tragedia, ed è quindi giusto riportare ampi stralci di quel discorso per dare in modo ai lettori di non dimenticare, e di celebrare nel modo migliore possibile la ormai imminente "Giornata del Ricordo" del 10 febbraio
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